21/04
2009
2009
«Chi teorizza il multiculturalismo tende ad escludersi dal dibattito. C’è una forte fatica a dire una cosa intuitiva: che il metro di misura della democrazia in Afghanistan, in Iran, in Somalia è che i diritti delle persone non siano violati. C’è un’ulteriore difficoltà: il silenzio nei confronti delle religioni. Io penso che esercitare la critica rispetto a una religione, nella logica della sharia che presuppone la sottomissione, non significa non essere rispettosi, ma saper individuare aspetti di inciviltà». Un’altra questione è se il movimento femminista nei Paesi musulmani apprezzi l’appoggio occidentale. «A volte se donne straniere appoggiano le femministe locali, queste ultime possono essere etichettate come anti-Islam da chi usa la religione a scopi politici», dice la scrittrice egiziana Saher El Mougy. «In ogni caso, possono fornirci un appoggio morale che però non cambia nulla sul terreno. La lotta più difficile è cambiare la cultura: ciò che le donne fanno contro se stesse e le figlie». L’avvocato Mehrangiz Kar, una delle più note femministe iraniane, crede invece che, benché non vi siano state grandi proteste di piazza, «le donne in Europa e in America siano molto sensibili al problema delle afghane. Detto ciò, benché il movimento femminista sia unico e lotti ovunque per l’uguaglianza, va capito che le priorità sono diverse. Oggi le femministe in molti Paesi musulmani stanno spesso attente a dire che Islam e diritti umani sono conciliabili, per ottenere legittimità e sperando di rafforzare i moderati. Chi le appoggia davvero all’estero fa lo stesso. E’ una strategia. Funzionerà? Non so. Forse solo nel breve periodo ».
Dall’articolo “Kabul e il silenzio delle femministe «Ormai siamo escluse dal dibattito»” di Viviana Mazza