30/11
2009
2009
I gestori di pubblici esercizi, negozianti e artigiani sono infuriati: fanno fatica a capire perché, se c’è il diritto d’autore corrisposto alla Siae, per l’utilizzo in pubblico di musica registrata si debba versare un altro compenso che va nelle casse delle case discografiche. Non si tratta di una truffa ma dei diritti (connessi a quelli d’autore) previsti da un articolo di una legge del 1941. Sì, una legge del secolo scorso. Cifre comprese tra 70 e 600 euro in base all’ampiezza del locale, riscosse dal consorzio dei fonografici Scf, che riunisce le case discografiche e tutela oltre 300 imprese. C’è chi si adegua e paga, anche perché diverse associazioni di categoria hanno stretto accordi con Scf ottenendo sconti (tra gli altri Federdistribuzione, Confcommercio, Federmoda). E c’è chi minaccia di ricorrere al giudice e invita a non pagare. Confesercenti, Cna, Confartigianato rimproverano ai discografici di battere cassa con modalità aggressive e con tariffe stabilite in modo unilaterale. “Semplicemente rivendichiamo un diritto finora non gestito - precisa Gianluigi Chiodaroli, presidente di Scf - con campagne informative e accordi con le associazioni di categoria che tengano conto dei differenti contesti in cui viene usata la musica”. “Circa due anni fa - aggiunge - dai grandi distributori ci siamo spostati sul territorio. Mandiamo 30-40mila lettere l’anno”.
Dall’articolo “Radio accesa nei bar e negozi i discografici presentano il conto” di Paola Coppola