23/03
2010
2010
In breve la storia. Una 19enne si deve maritare con il ragazzo più brutto delle isole britanniche e, davanti alla schiera di amici e parenti, rifiuta la proposta di matrimonio (cosa che avrebbe fatto persino una disperata come Rosi Bindi, figuriamoci lei che ha un bocciolo di rosa al posto delle labbra e capelli come trucioli di legno ambrato). Distratta da un coniglio bianco con un doppiopetto, Alice scappa dalla festa e, corri, corri, cade in un tunnel che la precipita in una stanza dove, beviti una cosa, mangiatene un’altra, la ragazza si allarga e si restringe con la stessa rapidità con cui Gianet Gecson prende e toglie chili. La trama ha il sapore di un acido a stomaco vuoto ma leggendo la biografia dell’autore che ha visto più camice di forza che tramonti, risulta del tutto comprensibile. La storia è la solita: lei eroina ignara dovrà salvare questo mondo fatato dalla cattiva e macrocefala regina rossa che ha defraudato la sorella bella e buona e per fare questo, Alice, da insulsa signorina che non sapeva neppure farsi una treccia ai capelli, si trasforma in una guerriera che indossa un’armatura d’argento e con una spada decapita un drago, evidente metafora della flessibilità lavorativa anch’essa frutto di sfrenate fantasie governative. Per arrivare a fare tutto questo, la storia si srotola con ritmo ma senza passione attraverso le scenografie del Signore degli anelli, Avatar, e i Cesaroni. Tanti effetti speciali, troppi, che vanno bene per un video musicale di Ladi Gaga o per uno propagandistico del capo del governo, ma non per un film.
Dall’articolo “Alice in the noialand” di Alessandro Michetti